Quella di Sylvia Plath è una poetica che getta luce nella sfera oscura e nascosta del dolore: i “lampi azzurri” che ricorreranno più volte nelle sue poesie cercano di descrivere una condizione esistenziale che, aldilà della drammatica esperienza dell’elettroshock e del tragico epilogo della sua vita, è soprattutto espressione di una condizione artistica. Le domande senza risposta attraversano tutta l’opera letteraria della Plath, ma alla fine quello di Sylvia è un messaggio rivolto a tutte le donne che hanno vissuto il travaglio della sofferenza fisica e psicologica. Una via d’uscita cioè, che è un sentimento di identità femminile che va oltre la sofferenza, perché “una donna che si disprezza come donna non può provare simpatia per le altre donne, il suo odio-amore va agli aggressori, ai mariti assenti o ai padri defunti che sono il ricettacolo di tutto il male.” Scritto e diretto da Chiara Macinai (2011), liberamente ispirato alle opere di Sylvia Plath

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